Il vantaggio di dipingere e ricamare, a meno che non ci venga commissionata la fedele riproduzione di una certa realtà, è che possiamo condensare in un unico pezzo una lunga fetta di vita. Confesso di non averlo fatto per ragioni filosofiche, ma soltanto per esigenze di forme, rilievi e colori: le bacche bianche da usare come riempitivo, lucide e prominenti, accompagnate dai selvaggi rametti nudi contorti, mi parevano un ritocco perfetto. Cercando un po’ in rete, avevo scoperto che le più somiglianti erano le bacche dell’agrifoglio bianco, che ovviamente maturano a ridosso del Natale. Avevo accolto la notizia con una punta di delusione, imbarazzo per la mia sconfinata ignoranza e la terribile consapevolezza che avrei dovuto disfare nuovamente, a cui era seguito un forte senso di nausea. Sì, esagero, ma dopo un mese di fallimenti anche il fisico ne risentiva…

Poi però avevo deciso di abbandonare il buon senso. O meglio… Abbandonare questa mia forma mentale condizionata, che esige che tutto possa essere accuratamente catalogato, disposto in sacchettini, datato e riposto in un archivio, il cui ordine sia dettato dalla realtà contingente. A quasi cinquant’anni, bisogna che io mi renda conto che non ricamiamo per questo. C’è quel “criterio poetico” che mi frulla in testa, da quando lo ho citato in qualche mio post fa. E infine la rivelazione: quale azione è più liberatoria di quella di raccogliere gli elementi del nostro vissuto, rimescolarli, anche a casaccio, e lasciare che essi diano vita a nuovi mondi, le cui suggestioni ci parlano attraverso i ricordi, regalandoci una prospettiva temporale più vasta di quella del momento presente? Così questo bouquet mi racconta della primavera e dei suoi colori, dell’esuberanza dell’estate, dell’avvizzirsi fascinoso dell’autunno e dei miracoli botanici dell’inverno. E lo fa con i colori sbiaditi del ricordo, dentro cui ciascuno legge il proprio.