


Ho ricamato di giorno e disfatto di notte a più riprese (ma in attesa solo dell’ispirazione definitiva) prima di trovare postura e colori esatti. Ogni volta credevo di aver fatto la scelta giusta, anche se, con il senno di poi, riconosco una voce che mi sussurrava sottile la natura dell’errore (faticoso a disfarsi) e lo faceva sottoforma di un leggero fastidio, simile al dubbio o al senso di colpa, che facevo tacere assicurandomi che, se lo avessi ricamato con precisione, sarebbe andato bene lo stesso e che non valeva la pena disfare. Poi finivo il ricamo e per giorni lo guardavo di traverso, sentendo quel malessere avanzare più forte. Finivo per disfare nuovamente e allora, dopo il reiterarsi recidivo di questa inutile sequenza di eventi, mi ero chiesta quale è il criterio attraverso cui parla questa voce: perché sarebbe interessante evitare i tormenti della fase creativa, nonostante io creda che il tormento sia il motore di tuto. La voce stessa mi ha evocato una risposta sibillina: il criterio poetico. Come se, solo dopo aver raggiunto l’armonia perfetta, la sensazione di pace che ne segue, decretasse la fine. Suona molto presuntuoso, me ne rendo conto. Ma io non ritengo di fare un’azione poetica. Non so neanche bene che cosa sia la poesia. Solo mi accorgo che quando scatta quel qualcosa che mi fa dire “adesso ci siamo!”, mi si scioglie una sensazione che percepisco anche quando ascolto delle belle parole, quando contemplo un tramonto, un’opera o degli occhi che mi guardano con affetto, o che sono ispirati e quando un video o un film che mi commuove. E ho deciso di indagare questa voce e di prestarle ascolto. Ma prima devo imparare a riconoscerla, a non rinnegarla e… A non farmi acciuffare dagli psichiatri



Non c’è stato verso. Ho sfatto il ricamo e quasi la stoffa, che non avrebbe più retto un ulteriore sfregamento del taglia asole e gli strattoni delle pinzette. Non mostro i miei innumerevoli tentativi per renderne il volume, dal punto vapore, al punto pieno e al punto vapore festonato. Non posterò neppure la foto di tutti i minuscoli petali ricamati a punto festone e punto pittura, perché ormai sono un ricordo… Che brucia. Perché alla fine ho sostituito le dalie con le rose. E nonostante la sconfitta (che mi lascia un senso di rivincita che temo diventerà un’ossessione), le rose hanno fatto bene a venirmi in soccorso. Perché alla fine sono un’autocitazione delle mie prime lettere fiorite. E questi, ormai ho deciso, saranno i disegni per il mio prossimo cartaceo, che vedrà la luce a quasi dieci anni dal primo: lo stesso alfabeto d’ispirazione è la base, ingigantita, su cui poggiano fiori ricamati con tecniche più complesse, una distribuzione del colore infine consapevole e le rose, più scenografiche, a cui devo l’esercizio profondo che ho fatto grazie a loro e su di loro, attraverso il ricamo e l’insegnamento.
A ragionare sui dieci anni mi sento vecchia e mi sale l’ansia…



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