Da quando ricamo nuovamente fiori, sono accaduti due eventi degni di nota: ho iniziato a piantare bulbi e a leggere e ad ascoltare storie ambientate nei giardini. Dopo l’anno in cui erano seccate tutte le piante, insieme al mio fiacco cuore di allora, non avevo più toccato la terra: ammiravo soltanto la natura selvaggia nelle passeggiate, che avevo saggiamente imparato a non rimandare. Forse è proprio grazie a questo ritorno all’anima del mondo, che riesco a prestare attenzione a quella voce che mi sussurra i consigli. Ma temo che ora il mio tentativo di stanarla finisca con l’inaridirsi (a causa della mia necessità di spiegarla, anziché semplicemente di riconoscerla e di placidamente conviverci). Ieri, ad esempio, (l’ieri di quando ho scritto questo pezzo, più di un mese fa) ho iniziato a leggere un libro (Il giardino di Elizabeth, di Elizabeth Von Arnim), la cui recensione conteneva parole quali delizia, romanticismo, bellezza e felicità. Avevo letto che era organizzato a diario di bordo del giardino e già ero pronta ad annotarmi le citazioni e ad emulare l’autrice scegliendo le prime parole del diario del mio giardinetto pensile. Ho iniziato le pagine del giorno 1 e ho sentito la vocetta nella mia testa vacillare, nonostante una trovata interessante tra le prime righe. Mi sono fermata per darle ascolto, ma poi ho seguitato. Lei aveva già capito che non ne valeva la pena: lei aveva già inteso che l’immagine della protagonista che si stava delineando trasudava tutt’altro che poesia: non mi avrebbe certo guidato per sentieri di delizia. E me lo comunicava attraverso una sensazione sottile di delusione mista a fastidio. Aveva già intuito quel ché di presuntuoso che purtroppo avevo trovato intollerabile in Thoreau, nonostante la sua fama. Ma avevo deciso che sarei andata avanti. Dopo pochissime pagine, la sentenza:

<<Ora che si è sparsa la voce che passo la giornata con un libro in mano, tutti sono convinti che io sia, per dirlo in modo educato, eccessivamente eccentrica, e non c’è anima viva che mi abbia visto ancora cucinare o spignattare. Perché mai dovrei cucinare se ho qualcuno che lo fa per me? Quanto al cucito, le domestiche sono molto più veloci di me e più abili nel fare l’orlo alle lenzuola, per non parlare dei lavori d’ago e del ricamo: per me sono una trovata del Maligno per impedire ai babbei di applicarsi alla ricerca della saggezza.>>

Ho immaginato di scrivere una lettera a Elizabeth, ma la signora ci ha lasciati più di trent’anni prima che io nascessi. Siccome anch’io ho gravemente peccato di presunzione, nei termini che avrei voluto esprimere nella lettera immaginaria, mi sono assegnata la punizione di arrivare fino in fondo al libro. Ma poi ho deciso di restituirlo alla biblioteca.

Tante per dirne due, Jane Austen a Charlotte Bronte ricamavano. In modo eccellente. C’è una fetta di mondo, tuttavia, che è boriosamente convinta che le attività manuali colmino il vuoto cerebrale.